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Dolore durante il sesso: perché è considerato normale?

Perché pensiamo che per una donna sia normale provare dolore durante il sesso?

Abbiamo ricevuto questa domanda durante un seminario che abbiamo tenuto nel Campus dell’Università degli Studi di Torino, ma la risposta era talmente complessa che sul momento non siamo riusciti a formularla per intero. Visto che ci siamo ripromessi di tornare sull’argomento e dedicargli il giusto spazio, eccoci qua.

Nessuna risposta può prescindere da una premessa:

in condizioni regolari, di salute, il dolore non dovrebbe mai far parte dell’esplorazione sessuale.

A meno che non sia voluto.

Il sesso non deve fare male.

Ma quindi perché facciamo passare come normale il dolore durante il sesso quando a provarlo è una donna? 

E perché le donne sembrano auto-condannarsi a un dolore apparentemente inevitabile e a rinunciare al piacere?

Le motivazioni sono tante e intrecciate tra loro; hanno a che fare con l’evoluzione culturale della nostra società, con i ruoli e le norme di genere socialmente condivisi, con le dinamiche di potere che si instaurano tra le varie soggettività, con la narrazione della sessualità nel corso del tempo, con l’immaginario sessuale dominante ecc.. 

Ecco tutti i perché che abbiamo trovato (ma probabilmente ne stiamo dimenticando molti altri). 

Perché l’esperienza del dolore è narrata come una parte fondante e inevitabile della femminilità. Una persona cresciuta, socializzata donna sa che prima o poi dovrà fare i conti con il dolore. Il primo dolore al quale viene preparata è quello da mestruazioni (un altro dolore che NON dovrebbe essere fatto passare come “normale”). Quando nella vita di una bambina o ragazza sopraggiunge il menarca (la prima mestruazione) diciamo che “diventa donna”. Quindi l’ingresso nella vita da donna è contrassegnato da fastidio e dolore. Poi arriva il momento della “perdita della verginità” che culturalmente coincide con il primo rapporto sessuale penetrativo con un pene (e non ha alcun senso, ma ancora condiziona le vite di tantissime persone) ed è narrata come dolorosa: si parla ancora (erroneamente) dell’imene come una barriera che si lacera e sanguina causando dolore. Il dolore da primo “rapporto completo” è culturalmente mitizzato, come un rito di passaggio, e anche romanticizzato, come fosse un sacrificio fatto per amore (perché lo sappiamo che “la prima volta” di una donna dev’essere con “quello giusto”). Il fatto che molte “prime volte” siano dolorose è statisticamente vero, ma quello che è comune non è necessariamente normale, soprattutto nella sessualità. E se molte donne provano dolore durante la prima penetrazione non è perché il dolore sia inciso nella “loro natura” ma perché le bambine e le ragazze si affacciano alle prime interazioni sessuali senza nessuna educazione alla sessualità e al piacere, senza sapere niente dei loro corpi e del sesso. Quindi ci arrivano spaventate e tese, e già abituate all’idea di dover provare dolore. E poi c’è il famigerato dolore del parto.

Perché i corpi femminili sono abituati a essere penetrati in condizioni diverse dal piacere e a sperimentare, di conseguenza, sensazioni che vanno dal disagio al fastidio fino anche al dolore. Pensiamo a quante cose possono essere inserite nella vagina durante il corso della vita: tampax, coppette mestruali, spirali anticoncezionali, farmaci come ovuli vaginali, speculum per visite ginecologiche, cotton fioc per prelievo di cellule per i test, dita di medici e mediche…

Perchè la sessualità femminile è ancora comunemente descritta e rappresentata per essere misteriosa; gli orgasmi “femminili” sono elusivi, difficili da raggiungere; gli stessi organi genitali, vagina e vulva, complice la scarsa visibilità, sono considerati enigmatici e complicati (anche da raggiungere), sia per chi li ha che per chi ci ha a che fare. Le donne sono dolcemente complicate, impossibili da comprendere. Ecco che quell’inspiegabilità femminile potrebbe diventare una spiegazione per il dolore.

Perché nella polarizzazione tra i sessi (o, meglio, i generi), storicamente la donna è stata rappresentata e descritta come irrazionale ed emotiva, come il sesso debole, più fragile, vulnerabile e quindi incline alla sofferenza e al dolore (e quindi subordinabile all’uomo). 

Fin dall’antichità la donna è stata descritta come isterica. L’isteria era conosciuta e trattata come una malattia femminile: il termine deriva dal termine greco hysteron e significa utero, ritenuto la sede di tutte le malattie femminili, psichiche e fisiche. Quindi anche sede del dolore.

Perché i ruoli e le norme di genere che si sono sedimentati nella nostra cultura attribuiscono all’uomo un ruolo attivo e alla donna un ruolo passivo in ogni dimensione della vita, compresa quella sessuale. Quella passività porta a subire la sessualità invece di partecipare in maniera attiva. Nel range di esperienze che molte donne continuano a subire ci sono anche il sesso non voluto e quello doloroso (e spesso il secondo è la conseguenza del primo). Non è un caso che il dolore provato durante il rapporto sessuale sia comune soprattutto tra le donne etero e venga sperimentato soprattutto durante la penetrazione.

Perché il corpo sessuale femminile è stato rappresentato come un terreno di caccia e di conquista al servizio del desiderio predatorio maschile. E si sa, la caccia è bruta e dolorosa.

Perché nella narrazione normata e polarizzata della sessualità la donna ha un desiderio sessuale inferiore rispetto all’uomo, è naturalmente disinteressata al sesso. “L’uomo pensa con il pene, la donna con il cuore.” “Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere”.  Questa concezione porta le donne ad accontentarsi di un sesso peggiore (e più doloroso) di quello dell’uomo e a convincersi che il sesso non faccia per loro (ma continuano comunque a farlo per compiacere l’altro). 

Perché la maggior parte di professionisti e professioniste della salute sessuale normalizzano e minimizzano il dolore sessuale dubitando dei sintomi riportati dalle donne, facendoli passare come lamentele o mali immaginari, imputandoli a una bassa soglia del dolore, allo stress, a un eccesso di ansia, e consigliando loro di essere meno emotive e stressate, di rilassarsi e concedersi. Questo comporta il trascorrere di tempi lunghi per riuscire a essere ascoltate, prima, e per ottenere una diagnosi corretta, poi. E non fa altro che scoraggiare chi prova dolore dal dirlo e dall’imbarcarsi nella ricerca di una soluzione che sembra irraggiungibile. Al dolore non sembra esserci una via d’uscita e per questo ci sono ancora tante (troppo) donne che convivono con dolori ampiamente trattabili per 5, 10, 20 anni o tutta la vita.

Perché la penetrazione è idealizzata come massima espressione di una sessualità completa, adulta, matura (etero), e sembra un tassello indispensabile della vita sessuale di coppia (anche se è causa di dolore).

Perché il piacere dell’uomo è sempre stato messo prima di quello della donna, a partire dalla rappresentazione pornografica (mainstream, gratuita, accessibile) della sessualità, che celebra l’eiaculazione del pene come grand finale e ignora il piacere femminile. Una delle riprese tipiche dei video porno è il money shot, il passaggio della camera sull’eiaculazione del pene, prova visibile del fatto che la sessione sessuale sia andata a buon fine (almeno per chi ha il pene).

Perché le bambine e le ragazze non vengono educate a esplorare il proprio corpo, a conoscersi e a ricercare il piacere ma a vivere la sessualità attraverso la mediazione di un altro corpo (quasi sempre maschile) e non la masturbazione. Ci sono ancora donne che partoriscono senza mai aver raggiunto un orgasmo o una qualsiasi sensazione pervasiva di piacere nel corpo e donne che per concepire devono ricorrere a sostanze come l’alcol per anestetizzare il dolore e riuscire a sopportare una penetrazione. Se non sai, per educazione o per esperienza, che è possibile provare piacere, allora il dolore diventa un’opzione valida.

Perché, banalmente, non esiste (in Italia) un’educazione alla sessualità e al piacere che informi le bambine e le ragazze del fatto che il dolore non è normale.

Perché la ricerca scientifica sul corpo umano si è focalizzata sul corpo dell’uomo come standard, considerando la donna come una variazione, una deviazione, escludendola da studi e ricerche e ignorando molti sintomi tipicamente femminili. Il corpo femminile è spesso ancora un mistero per la scienza. È eclatante il caso degli infarti: le donne hanno più probabilità di ricevere diagnosi sbagliata e morire perché presentano sintomi diversi, meno studiati e meno conosciuti rispetto a quelli standard dell’uomo.

Perché il lubrificante è ancora visto come un aiutino di cui non dovremmo avere bisogno, è medicalizzato e pubblicizzato come un rimedio contro la secchezza vaginale invece che come qualcosa di assolutamente piacevole e utile che rende tutto più scorrevole e godibile.

Perché si parla tantissimo del “problema” delle donne che fingono l’orgasmo, come se fosse inevitabile nell’esperienza sessuale femminile. Ecco che il dolore può diventare una spiegazione alla finzione dell’orgasmo.

Perché ancora oggi la condotta sessuale di una donna viene usata come strumento di misurazione del suo valore. Se questa idea viene interiorizzata, Il dolore durante il sesso può sembrare una punizione per aver fatto sesso.

Perché le donne sono abituate a essere in conflitto con il proprio corpo, a causa degli ideali irraggiungibili promossi e imposti dalla nostra cultura, e sono abituate a vivere un rapporto di sofferenza con esso.

Probabilmente non abbiamo neanche elencato tutte le motivazioni, ma da questa lista infinita è praticamente impossibile pensare che una donna possa crescere e vivere estranea al dolore.

Il dolore NON è normale, è un messaggio che il corpo invia per segnalare che qualcosa non va e merita attenzione. 

Dovrebbe essere una responsabilità sociale, collettiva, garantire a tutte le soggettività il diritto alla salute sessuale e al piacere.

*In questo articolo e nel video ho usato il termine donna per parlare soprattutto di donne cisgender (persone nate con vulva e vagina che si identificano come donne e si muovono nella società come donne), ma le esperienze potrebbero essere comuni anche a persone di altro genere, come le persone non-binary con vulva e vagina che magari non si identificano completamente nel genere femminile ma vengono cresciute e percepite come donne dall’ambiente circostante.

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